giovedì 27 aprile 2017

Dialoghi inconsueti nella consuetudine natalizia tra Lauretta e Clara


- Ti piace questa città?
- Si, ma non credo sia il posto più adatto a  
  me.
- Perché?
- Perché io ho bisogno di un posto rumoroso,  

  chiassoso, di luci e cemento, di enormi 
  palazzi. Questa città mi fa sentire grande.
- E non va bene?
- Ho bisogno di sentirmi piccola, Lauretta, 

  un pò come te, ecco.
- Perché vuoi sentirti piccola?...Pensa che 

  io vorrei essere grande invece!
- Mi piace sentirmi piccola, mi rende felice.
- Non sei felice qui?
- Si, adesso si.
- Te ne andrai?
- Si, credo di si.
- Prima però voglio sapere una cosa, prima

  che tu te ne vada.
- Dimmi.
- Tu credi che esista l’amore?
- Si, certo. Ma non sempre per la stessa 

  persona, non per una sola persona.
- Hmmm...Perché? Credi davvero?
- Si, ma non è una brutta cosa sai...
- Ma a me sembra un po’ triste, no?
- No, ci sono tanti amori, non uno solo.
- Tu ne hai avuti tanti?
- Si, un pò...
- E li ricordi tutti?
- Certo.
- Anche io avrò tanti amori allora. Potrebbe

  essere bello.
- Si, bello e importante, avresti tanti    
  ricordi.
- Non hai un amore adesso?
- Si.
- Chi è? Puoi dirmelo?
- Credo sia io.
- Tu?
- Io.
- Tu...hmmm. Mi piace l’idea Clara.
- Quale idea?
- Che tu sia l’amore di te stessa.


martedì 27 dicembre 2016

Un viaggio è pur sempre un viaggio

Anche quando è improvviso.
Anche quando è vissuto su un autobus colmo di esseri viventi, respiranti, traspiranti e russanti.
Anche se implica una sosta infinita sulla Salerno-Reggio Calabria. 
Anche se qualcuno passeggia nel corridoio stretto e male illuminato, per smaltire il calore eccessivo del riscaldamento, condizione assolutamente non modificabile per evitare lo schieramento armato di faide interne che potrebbero distruggere l'ecosistema viaggiante. 
Un viaggio è pur sempre un viaggio.
Anche se le fioche luci che ti permettevano di leggere il tuo romanzo senza rimetterci gli occhi vengono spente all'improvviso. Anche se il tuo vicino è un ragazzo sudamericano bellissimo che vuole fare conversazione in spagnolo, il che implica un tono di voce altissimo e quindi in disaccordo con le esigenze degli altri coinquilini viaggianti e traspiranti pronti a sbranarti se destati dal dormiveglia; mentre tu pensi che se non avesse almeno dieci anni meno di te gli lasceresti un bacio di quelli difficilmente dimenticabili, il che implica un autocontrollo troppo duro considerando l'orario e lo stato d'animo.
Un viaggio è pur sempre un viaggio, soprattutto se un bimbo di tre anni continua a fissarti invece di dormire, e se il Wi-Fi funziona benissimo e ti consente di navigare ad una velocità degna delle fibre di Fastweb nelle loro più performanti giornate.
Un viaggio è pur sempre un viaggio se stai fuggendo da altri per riprendere te stessa e il tuo corpo, dopo disastrose giornate di abbuffate familiari. Di abbuffate di parole dette male di discorsi improvvisati e di performance genitoriali soffocanti, condite da dolori muscolari e malesseri oculari ed oculati.
Un viaggio è pur sempre un viaggio quando ti consente riflessioni attente, minuziose e inaspettate.
E per fortuna, viaggiare è ancora così facile.

Lasciarsi alle spalle

Se c'è qualcosa di molto difficile da accettare quando una relazione duratura giunge al termine, per me, è l'immaginare che si possa diventare estranei con la stessa persona con la quale si è condiviso tutto, della quale si conoscono i lati più remoti e inaccessibili; laddove estranei vuol dire non sapere cosa stia succedendo nella vita dell'altro, e sentire che l'altro non ha alcun interesse nel comunicarsi. Beh, sempre per me, fino a qualche tempo fa non era umanamente pensabile una cosa del genere, ne eticamente corretta. Ho sempre mantenuto un piacevole rapporto amicale con le persone che lasciavo alle mie spalle, vuoi per una scelta personale o per una lateralmente imposta. Oggi invece, per la prima volta, vivo questa dolorosa esperienza che è il diventare totalmente inconsapevole di quella vita altrui che poco prima coincideva con la mia. E così inaccettabile, e allo stesso tempo inevitabile, che vorrei abitare un luogo neutrale, un posto che non detiene ne passato ne quindi storia, un luogo al quale appartenga un solo incerto futuro.

sabato 26 novembre 2016

Il senso delle cose secondo il caso



Un incontro avuto da poco, mi ha ricordato che la presenza del caso è spesso evidente quanto beffarda. Essa ci consente, se non siamo troppo avidi, di godere momenti di intensa, pura e isolata felicità. Lo stesso incontro mi ha inoltre permesso, cosa ancora più apprezzata, di approfondire una riflessione che da tempo circolava nella mia mente e poi scivolava via, senza lasciare alcuna traccia. La riflessione, certamente sdoganata, sul senso comune della vita; sulla consapevolezza - del tutto post contemporanea - che esso non sia poi così comune ma piuttosto personale e individuale, e su come non sempre sia facile accettarla. 

La storia di questo incontro e delle riflessioni che ne sono seguite inizia una mattina. La mattina di un giorno festivo mentre facevo colazione nel giardino di uno dei posti che amo di più nel mio quartiere. 

Quella mattina mangiavo un delizioso pezzo di crostata alle visciole e leggevo l’Internazionale, sapevo già che non avrei fatto molto di quella giornata - da quando sono rientrata in città e vivo sola, mi permetto spesso di trascorrere giorni intensamente vuoti e senza un programma definito - per questa ragione quella mattina stavo vivendo tutto con molta calma. Anche la lettura del mio giornale procedeva lenta, e ricca di pause. Mentre mi dedicavo alla mia colazione e alla lettura, notai un volto che mi osservava; non che fossi inquieta ma quel volto ebbe la capacità di rassicurarmi, non so rispetto a cosa, e per questo sarebbe meglio dire che semplicemente mi fece sentire compresa, lo sentì stranamente affine. Per tutto il tempo che rimasi seduta a leggere, non mi lasció sola, percepivo quella presenza distaccata come una curiosa compagnia. Peccato che dietro gli occhiali da sole non fu possibile vedere quello sguardo. 

Quando mi alzai per andare via, quel volto era ancora lì, attaccato a quel corpo seduto e fumante. Decisi di prendere tempo passeggiando  e senza allontanarmi troppo dal locale, ma non so bene perché. Poco più di un quarto d’ora dopo ci incrociammo di nuovo; due persone sconosciute, una difronte all'altra, separate dal rosso di un semaforo, vicine come il coraggio di stendere una mano che vorrebbe sfiorare l’altra, lontane come il timore di sbagliare. Non mi voltai, perché sapevo che voltarsi non avrebbe colmato la distanza.Ma decisi di aspettare,temporeggiare ancora per strada. Purtroppo non lo rividi, ma mi rassicurai pensando che non sarebbe andato lontano e che prima o poi ci saremmo incontrati ancora, non so perché ma fui certa che se bazzicava lì, voleva dire che lo avrei ritrovato. 

Non avrei mai immaginato che un giorno non lontano da quel momento mi sarei ritrovata da sola con quella stessa persona in una casa vuota, alla vigilia di un lungo viaggio.

Lo pensai diverse volte, parlai di lui. 

Alla fine lo incontrai di nuovo, un mese dopo, in palestra, e fu delicatamente scioccante capire che era lui, almeno sembrava lui. Poteva e doveva essere lui. Ci guardammo, ci tenemmo d’occhio, diverse mattine, per svariati giorni. Ma nessuna parola, nessun cenno, io con il mio sguardo supponente lui con i suoi occhi indagatori e curiosi che non dissimulavano l’interesse che provava. Una mattina poi mi sfuggì un sorriso, e lui fu pronto a parlare, chiese se c’eravamo già visti e io mi feci avanti concedendogli prima la mia mano e poi anche il mio nome, presi in cambio il suo, mi voltai e me ne andai. Feci davvero così, senza nemmeno salutarlo, e capì, qualche minuto dopo, che la mia prolungata solitudine, dopo una lunga relazione lasciata da breve tempo alle spalle, aveva inibito gli ingranaggi del piacere. Cosa avrei fatto solo col suo nome? Nulla, e nulla feci. Ma anche lì ero certa che l’avrei rivisto. Perché non avrei dovuto rivederlo? 

A volte sono ingenuamente convinta che la vita degli altri coincida con la mia, con i miei tempi e i miei desideri, e quel giorno ero proprio preda di questo pensiero naive; credevo che non avrei mai smesso di incontrarlo. Ma quando fu lui a cercarmi, trovarmi e farsi avanti, dovetti riconsiderare la questione e accettare che la suddetta coincidenza dei tempi vitali non sempre è verificabile,  e questa volta non lo era affatto. 

Dicevo, lui trovò il modo di scrivermi un messaggio usando un social network, si scusò per questo ma diceva che gli era sembrato l’unico modo possibile perché mi stava cercando e aspettando in palestra ma era il suo ultimo giorno, e due giorni dopo sarebbe partito per un po’. 

Una catastrofe insomma. Maledetto il caso pensai, ci faceva incontrare con la premessa di esserci già persi. 

Io comunque volevo incontrarlo, moltissimo. E lo feci, risposi. I nostri tempi, o quelli del mio lavoro, coincidevano solo per riuscire a vedersi la notte prima della sua partenza. Arrivai da lui alle 21:30 e uscì di casa quando lo accompagnai in stazione alle 6:30 del mattino dopo. Quello che successe in quelle ore fu solo squisitamente intenso e allegro.  Facile e semplice come due persone che si incontrano e si piacciono. Il caso aveva spianato la strada è noi l'avevamo percorsa senza troppi timori. 

Ma la cosa migliore di questa fulminea conoscenza dal sapore un pò melodrammatico, è stata ritrovare nelle parole di lui tutte le ansie a me care, superate con estrema difficoltà solo accettando che il senso della vita è per me diverso da quello che intendono molti altri.In realtà, ad essere diverso non credo sia proprio il senso, ma diciamo la sua messa in pratica. Chi non sogna di essere felice? Chi non può affermare che il senso della vita sia la felicità o meglio la sua ricerca? Ma il modo in cui ognuno le dà la caccia non è forse diverso, personale e individuale?

Questo lui, con gli occhi malinconici tanto quanto i miei, con la simpatia e la dolcezza delle persone sicure ma anche passionali e intimorite, questo lui - che come dice - si è allontanato dalla sua professione, che si apprestava a partire per mesi perché in crisi con se stesso, che vuole lasciare questa città ma non sa ancora per andare dove, questo lui così simile a me, la sua comparsa e la sua prematura assenza, mi hanno permesso di riflettere ancora una volta su tutto quello che penso da un po'. 

E cioè che la vita non è altro che tempo. Quel caro lasso di tempo che ci viene concesso per esplorare noi stessi e il mondo circostante; il modo in cui, del tutto personale, decidiamo di compiere questa esplorazione riguarda solo il nostro io, e quello che gli restituisce la sensazione piacevole comunemente chiamata felicità.

Tanto tempo fa pensavo che se avessi scelto la professione giusta che faceva per me e avessi poi trovato il modo di essere pagata per quella e di viverci quindi, e se avessi poi anche trovato una persona giusta, emotivamente e sessualmente compatibile con i miei desideri, e sarei riuscita a riscattare l’idea che in due si può essere felici e sereni e che l’amore vero e puro per l’altro esiste e che avrei poi magari messo al mondo anche un figlio, beh lì  - in quel punto e luogo immaginari - avrei senz'altro trovato la felicità, era questa la realizzazione massima di senso della vita, giusto?  Se gli altri, in questi termini erano felici, anche io avrei dovuto esserlo. Ma c’era qualcosa che non mi tornava affatto, innanzitutto l’idea esatta di cosa avrei voluto essere professionalmente tardava a delinearsi e continuava ad essere cangiante, e questo era già molto destabilizzante, come era possibile? Poi c’era il fattore amoroso, le mie relazioni continuavano a finire, per noia, o per incomprensione. E poi l’idea bella e sana di mettere al mondo un figlio, che ancora è sotto esame. Tutto questo  mi ha allontanata dal senso comune della vita - quello che mi sembrava scontato per altri - e mi ha inizialmente devastato di dubbi, paure, ansie e perplessità. Fin quando ho iniziato a cercare e scartare le convinzioni che non mi appartenevano, perché retaggio di una modo di vivere pensato come un patto sociale scritto da qualcuno, e che vale per chiunque allo stesso modo. A quel punto ho accettato l'idea di poter dare alla mia vita il senso che più mi aggrada e che più mi conduce vicino al sentimento personale di gioia. E ho considerato valida anche l'opzione di poter cambiare tutto, ogni volta che ne ho la possibilità, il desiderio o che ne sento semplicemente il bisogno. E mi sono anche e finalmente convinta che ognuno può essere felice in maniera diversa, con presupposti vari e totalmente arbitrari. 

Non so se questo modo di intendere l’esistenza sia solo utile a giustificare l'impossibilità di impegnarmi a costruire una vita con un percorso chiaro e definito o se sia invece rivelatore di una sincerità ampia e illuminante che mi aiuta a smascherare l’ansia e le paure, e ad accettare che ognuno ha la sua strada da percorrere, e che essa può cambiare spesso. Non sono certa che questo pensiero non sia del tutto un po' ruffiano, ma oggi mi sembra puro e sincero e mi permette di accettare che la felicità altrui, anche delle persone che amo, non coincida con la mia.

Quindi, se ora avessi ancora accanto quella persona, con quel volto e quegli occhi amichevoli, vorrei ringraziarla per aver stimolato in me alcune riflessioni polverose che avevano bisogno di essere argomentate, e aver soprattutto condiviso un lasso temporale pregno di gioia e piacere sincero. 

Ma ora che quel bel volto è lontano e i suoi lineamenti andranno piano piano ad affievolirsi penso solo alla furtività del caso, e a come mi ha fatta sentire fortunata.


Sono stata fortunata, anche per questa volta.



mercoledì 23 novembre 2016

Da inguaribile Romantica a Polilovers

Credo di aver vissuto un'infanzia felice, se non è stata del tutto felice, è stata certamente molto allegra, e anche spassosamente turbolenta. Io avevo un vantaggio su tutti i bambini che mi circondavano, avevo due famiglie.  Se fossero state meno chiassose e poco numerose sarei certamente una persona più calma e serena, ma non lo erano affatto. Non potrei dire con certezza se le mie due famiglie fossero infelici; ero molto distratta, troppo impegnata a farmi apprezzare dalle persone che mi circondavano, dal mio fidanzato del momento o dalle mie amiche di sempre. 
Ma di una cosa sono certa, nelle mie due famiglie era opinione comune e diffusa che l’amore fosse una questione esclusiva e risolutiva tra due persone, le quali avrebbero trascorso insieme tutta la vita. A stento accettavano le separazioni e i cambiamenti; preferivano lamentarsi, litigare, disprezzarsi, tradirsi ma mai separare i loro destini uniti dal vincolo del matrimonio. Queste loro convinzioni provocarono in me una crisi profonda riguardo l’identità e la definizione dell’amore stesso. Col tempo generarono anche la mia totale incapacità di accettare che una relazione potesse giungere al termine mentre la vita continuava imperterrita il suo corso, ed alimentarono la mia instancabile forza di lottare senza sosta affinchè i rapporti tra due persone fossero sempre salvati. Da qui la conseguente incapacità a non accettare le relazioni prive d’amore. 
A mio malgrado, col tempo, credo di aver abbracciato la consapevolezza - tutta contemporanea - che nel corso della vita affronterò più relazioni forti, un susseguirsi di amori, uno accanto all’altro, che non perderanno ne di intensità, ne di fervore drammatico, pur accadendo contemporaneamente. Oggi vivo con la fervida certezza che nel corso della vita avrò più relazioni forti e accetto che l’amore sia  una casa con tante stanze, non un loft minimalista.


mercoledì 1 giugno 2016

Le Visite di A.

Il doppio inizio
Iniziò tutto durante un pomeriggio, con un aperitivo sul mare. Anzi no.
Iniziò tutto durante una serata, con un messaggio. Anzi no.
Iniziò tutto durante un pomeriggio con un messaggio che lessi una sera, mentre ero in vacanza a Marsiglia, e Luca accanto a me dormiva già.
A. voleva intervistarmi, per chiedermi qualcosa di inerente al mio lavoro. Così scriveva.
Ma cosa avrei mai dovuto raccontargli rispetto al mio lavoro di Storyteller Multimediale?
Iniziò tutto da lì. Anzi no. Non iniziò niente allora, ma esattamente quattro mesi dopo.
Quando Luca non dormiva più accanto a me, un altro messaggio, una sera, mi raggiunse, e si riprese quell'inizio perso.

La scelta decisa

Come ti dicevo, iniziò tutto con un secondo messaggio.
Mesi successivi al primo.
A. avrebbe dovuto compiere un azione che non realizzò e si rammaricava di questo. Così scriveva.
E chiedeva di me. Dov'ero? Vivevo ancora nei paraggi?
Sì, vivevo ancora nei paraggi, ma con tanti cambiamenti in atto. Scrivevo ad A.
Sì, tanti, perché Luca allora, non dormiva più accanto a me. Come ti dicevo.
Ma A. non lo sapeva. Io non dissi nulla. Mi sembrava irrilevante.
Avremmo preso un caffè un giorno, ci saremmo dovuti incontrare. Scrivevo ad A.
Poco dopo, qualche giorno dopo, scrivevo di nuovo ad A. e la scelta fu decisa.
Sarebbe venuto a visitarmi, sul mare, il giovedì successivo. Così scriveva.

La prima Visita di A.

La prima visita di A. fu piacevole come una carezza a lungo attesa. Più duratura e intensa di quello che avrei potuto immaginare. Anche più distesa di una sincera chiacchierata tra vecchi amici. Ci raccontammo di noi, non solo dei nostri rispettivi lavori.
Ci narrammo storie personali e remote, e scambiammo punti di vista freschi e  giovani su svariati argomenti; entrambi saggi, ma mai banali o scontati.
Alla fine devo ammettere che non fu per niente un 'intervista ma l'inizio di una sana e facile conoscenza, avrei sperato.
Il sopraggiungere della tarda ora di cena, intorno alle 21:00, pose un termine a questa prima visita.
A. doveva tornare a casa, ed erano passate circa tre ore da quando eravamo seduti sugli scalini di fronte al mare. Prima di andare A. mi guardò, e mi abbraccio sentitamente.
Da quel primo incontro non smettemmo mai di parlare.
Cosa ci dicevamo? Tutto ma niente in particolare.



mercoledì 25 settembre 2013

La Felicità è un attimo

Un momento drammatico, interrotto da una suono inaspettato, l'unica telefonata che speravo di ricevere. Quel trillare intermittente che va ad infrangere il senso del mio tempo, quando ormai ho smesso di sperare. Quell'immagine sul display, quando pensavo non mi avresti più cercata. Il torace libera il suo peso con un sospiro, e gli occhi si spalancano per guardare ancora, la bocca si permette un timido sorriso. Quel sorriso semplice che non ho cercato, che non ho forzato. La felicità è in quell'attimo in cui tu mi dici ciao.